L’Intelligenza Artificiale nella Musica: Opportunità o Minaccia per i Creatori?
Se il secolo scorso l’umanità ha vissuto gli effetti della cosiddetta corsa agli armamenti, ricorderemo questo periodo (e forse anche il prossimo) come quello della corsa all’algoritmo. Negli ultimi anni, gli sviluppi e l’implementazione dell’Intelligenza artificiale all’interno di tutto l’ecosistema della esperienza utente hanno spinto inesorabilmente verso la direzione (o la deriva) che i social media hanno deciso di intraprendere: tenere il più a lungo possibile occhi (e pollici) dei propri visitatori incollati allo schermo.
La loro strategia: Il rinforzo emotivo. Ad esempio, se su YouTube oggi decido di ascoltare una playlist di musica lo-fi, un po’ per caso, magari perché mi è piaciuta l’immagine di copertina, domani mi suggerirà altri video simili, e più ne ascolterò più il mio feed ne sarà saturato. Se poi mi capita di mettere like a qualche video della polizia stradale americana mi ritroverò presto bombardato da episodi di escalation, video amatoriali di denuncia e così via. Presto o tardi, circondato solo da questo tipo di informazioni, si rinforzerà in me l’associazione tra polizia e violenza e piuttosto che credere a un mondo molto sfaccettato mi convincerò che il mondo è fortemente polarizzato, perché questo è ciò che vedo costantemente, quindi deve essere per forza così (almeno secondo il nostro cervello di scimmie evolute).
Giocare sulle emozioni di risposta è, come per la cultura dello shock nel mondo dell’arte, solitamente molto fruttuoso. Ecco quindi spiegato perché su YouTube Music è stata aggiunta Ask for Music, una funzionalità sperimentale basata sull’IA che permette di creare facilmente playlist basate sui prompt forniti dagli utenti.
“What are you in the mood for?” è lo slogan di una tendenza che, per il mondo della musica, ad esempio, ha portato a una proliferazione di contenuti generati artificialmente, spesso caratterizzati da produzioni massive e da una mediocrità standardizzata e, paradossalmente, priva di esperimenti, di colpi di scena, di emozioni complesse.
L’influenza delle IA, o meglio il modo in cui alcune persone intendono usarla, ha colpito tutto il panorama artistico generale (e non):
In fotografia compete ormai abbondantemente con il lavoro di creazione delle immagini.
Nell’ambito dell’informazione (e della disinformazione) permette di falsificare contenuti audio, foto, video.
Nell’industria cinematografica, dove si teme che la tecnologia possa mettere a rischio le occupazioni nel settore dell’animazione e del sound design e dove gli scrittori di Hollywood hanno già combattuto una grossa battaglia, ad esempio per impedire agli studi di produzione, tra le altre cose, di utilizzare ChatGPT per generare una storia da centomila parole e poi chiedere a loro di adattarla, così da poter ridurre i costi e abbassare gli stipendi (con la logica del: non è una tua storia, hai lavorato di meno, ti pago di meno).
Il gioco dei social sta cambiando, anzi è già cambiato e per molti aspetti non è più sostenibile nel lungo termine. Assistiamo costantemente a burnout di creators di cui ci importa solo fino a un certo punto, perché il vuoto che lasciano facendo un passo indietro viene presto riempito da chi è già pronto a tutto pur di fare un passo avanti, pur di avere un momento di fama e di riscatto. I social dei grandi numeri si sono adattati a una soluzione dove in pratica non serve più iscriversi ai creators perché tanto i contenuti verranno suggeriti lo stesso in quelle pagine realizzate appositamente Per Te.
Il non-problema di fondo è che persone come Ivan Linn, pianista e imprenditore che ha collaborato con le più grandi case discografiche (Sony, Warner, Universal) e membro del Comitato Culturale dell’Unesco, vede l’IA legata alla produzione musicale come un modo per rimettere a disposizione musiche tradizionali e culture sonore che sono in via di estinzione, oltre che uno strumento capace di estendere le potenzialità espressive umane, non sostituirle.
Bisogna ammetterlo, come strumento creativo, le intelligenze artificiali hanno tanto potenziale. Lo ha dimostrato l’Italia al festival della canzone italiana quando ha presentato le copertine dei brani degli artisti partecipanti, realizzate dando in pasto al generatore visivo i testi dei brani, e questo esperimento visivo non è riuscito male ma ecco il (mio) dubbio: se avessero chiesto a veri artisti visivi si sarebbe ripetuto l’esempio, di qualche anno fa, sulla falsariga dei membri dell’orchestra pagati 50 euro a serata? È una scelta che è stata fatta per l’hype verso l’intelligenza artificiale, oppure per risparmiare?



Quindi, adesso, il primo problema: c’è sempre stato chi, a capo di una realtà economica, quando si tratta di pagare non capisce il valore di un logo per il suo brand, di un video, di una fotografia o di un concept artistico, di una musica/canzone/jingle per il suo spot pubblicitario, di un sito web, e che cerca di trovare la soluzione più economica (è a questo che sono sempre serviti i cugini) per poi ritrovarsi con brutti risultati in mano e leggerli come conferma che non ha senso puntare su queste cose, che non contano, che non piacciono alla gente, che non è utile sprecare soldi. Queste persone, però, una volta sarebbero rimaste senza o con scarsi contenuti, magari anche un po’ trash. Invece oggi, e chissà quanto in futuro, questa gente ha trovato il modo di essere competitiva senza sborsare quanto dovuto a chi dovuto.
Il secondo problema: anche per chi i soldi in passato li ha spesi volentieri, il capitalismo è fatto di crescita economica costante e, negli ultimi anni, tagli al personale e stipendi da non pagare sono stati letti come sviluppo economico. È chiaro che al momento l’argomento delle intelligenze artificiali generative è in hype e ciò che produce viene visto con interesse, ma è preoccupante pensare che senza regolamentazioni nessuno (al momento) può vietare loro di sostituire ulteriori posizioni con questi strumenti.
Il discorso è complesso, proprio perché tocca universi differenti (scrittura, arte visiva e musica solo per citarne qualcuno) per questo ho voluto mettere da parte il mio punto di vista di arti visive e ho chiesto quello di un gruppo che ho avuto il piacere di conoscere recentemente e che ho apprezzato per il loro genere musicale (e perché anche io gioco a D&D con gli amici). Vi lascio a loro e all’intervista che abbiamo fatto:
1. Chi sono i Supernova Collective? Come è nata l’idea di creare musiche per gli RPG?
Ciao! Siamo Matteo, Gianluca e Giovanni, tre compositori e sound designer appassionati di gioco di ruolo. Abbiamo iniziato questo viaggio insieme dopo esserci conosciuti durante un corso specialistico di produzione musicale per cinema e videogames, iniziando lentamente a collaborare con vari creator, tra cui realtà italiane che si occupano di portare campagne homebrew in streaming su twitch e youtube.
Dopo un po' di mesi ci siamo detti: perché non sonorizzare i manuali ufficiali di Dungeons & Dragons? Ed eccoci qui
2. Qual è la vostra esperienza personale nel cercare di far emergere la vostra musica su piattaforme come YouTube?
È certamente complicato, abbiamo sperimentato tantissimo con i titoli, con le thumbnail, le descrizioni, i tag, la modalità di presentazione dei brani.
Su Youtube, e non solo, arrivano migliaia di contenuti al giorno, e non è facile farsi spingere dall'algoritmo e attirare l'attenzione. La parte più difficile è sicuramente convincere qualcuno a cliccare sui tuoi contenuti... fa tantissima differenza, a tratti sembra venire quasi prima della qualità della musica stessa.
Chiaramente, man mano che arrivano le visualizzazioni e i commenti, la cosa si fa "più credibile" per i nuovi utenti e la crescita diventa quasi automatica, ma arrivare a quel punto è una strada abbastanza lunga, soprattutto in un contesto saturo come quello della musica per RPG.
3. Qual è la parte più frustrante nel vedere playlist AI guadagnare così tante visualizzazioni?
Quando iniziamo a lavorare ad un album studiamo il manuale, ci confrontiamo con vari master, scegliamo un artista a cui commissionare la copertina, facciamo un prospetto per decidere titoli e descrizioni. C'è tanto lavoro dietro, non solo nostro.
Arrivare sulla piattaforma e vedere spuntare come funghi video della durata di 4-5 ore contenenti brani AI semplicemente messi in fila, che si presentano con illustrazioni AI molto evocative (uno stile ormai diventato lo standard) e che racimolano più visualizzazioni di te crediamo sia la parte più frustrante.
Vedere i risultati nell'immediato, la difficoltà nello stare dietro a certi ritmi.
4. Vi sentite mai tentati di usare strumenti AI per velocizzare la produzione o migliorare la visibilità?
Beh, mentiremmo se dicessimo di no per quanto riguarda le illustrazioni.
Non è facile accettare di rimanere indietro con le possibilità grafiche, sarebbe sicuramente più funzionale (ed economico) per noi generare un'immagine ad hoc per il singolo video. È una cosa che notiamo funzionare molto per altri creator.
Tra le prime pubblicazioni abbiamo usato due immagini generate con Midjourney. Erano video non appartenenti ad album particolari e non sapevamo a chi rivolgerci per la parte grafica, ma ci siamo resi conto abbastanza presto che non fosse la direzione che volevamo prendere.
5. Quali sono le strategie che state cercando di adottare per farvi notare?
Stiamo cercando di puntare sulla facilità di utilizzo e sulla qualità dei contenuti.
Su youtube carichiamo le versioni loopate dei brani (30-60 min) in modo che non ci siano interruzioni durante la sessione di gioco, mettiamo i titoli che rimandano ai capitoli del manuale per facilitare la ricerca dei master, creiamo album a tema e playlist con il nome dell'avventura ufficiale.
Man mano che cresciamo capiamo cosa funziona di più e cosa meno e, come in tutte le cose, correggiamo il tiro in corso d'opera.
Musicalmente cerchiamo, ovviamente, di dare uno stile riconoscibile ai brani e attenerci il più possibile a mood che rispecchino il più possibile situazioni specifiche. Altrimenti perché un ascoltatore non dovrebbe preferire l'AI?
6. Cosa pensate debba fare la community musicale (e le piattaforme stesse) per supportare meglio i creatori che non utilizzano strumenti di intelligenza artificiale?
Crediamo che non sia responsabilità della community musicale o delle piattaforme (dal loro punto di vista i contenuti AI fanno semplicemente quello che conviene: ottenere visualizzazioni).
L'unica maniera per contenere il problema (se di problema si tratta) sarebbe avere un obbligo di flaggare/taggare opportunamente e visibilmente i contenuti AI/non AI, limitare la monetizzazione, creare dei filtri di ricerca appositi. Dovrebbe venire "dall'alto" e dovrebbe essere una misura globale, ma ci sono chiaramente altre priorità in questo momento storico, c'è poca consapevolezza. Abbastanza utopico.
7. Alcuni cambiamenti tecnologici del passato, come la diffusione dell'home production per la musica o l'avvento della fotografia da smartphone, hanno scosso profondamente i rispettivi settori. Ritenete che il dilagare dell'AI nella creazione musicale sia paragonabile a queste rivoluzioni? Oppure credete che l'AI rappresenti una minaccia o un'opportunità su scala diversa?
La tecnologia, di per sè, non è mai un problema. È uno strumento, molto potente, e come tutti gli strumenti molto potenti porta a nuove opportunità, rivoluzionando i campi di applicazione.
Tuttavia, il problema che ci poniamo lo sentiamo quasi di natura "filosofica".
Abbiamo passato secoli, decenni, a sperare che i lavori noiosi e pesanti potessero essere semplificati, per avere più tempo, per poterci dedicare a fare qualcosa di bello. Qualcosa che fosse nostro, che ci rappresentasse, che ci facesse sentire liberi di esprimerci.
Perché affidare tutta la catena di produzione artistica a strumenti che di umano hanno così poco? Per dedicarci a cosa? Per ottenere cosa?
Non siamo contrari all'AI come strumento, sarebbe assolutamente anacronistico, ma dobbiamo farci qualche domanda su cosa vogliamo effettivamente ottenere.
Cosa ci stiamo mettendo di nostro in questo lavoro? Ci rappresenta?
8. Se da un lato l’accessibilità ai mezzi di produzione ha permesso a molti di emergere, dall’altro la diffusione dell'AI ha generato timori legati alla perdita di visibilità e opportunità. Considerando l'AI come uno strumento il cui uso determina se è benefico o dannoso, cosa pensi dovrebbe accadere oggi? Cosa manca alle piattaforme online per tutelare la creatività umana? Gli utenti e gli artisti stanno già facendo richieste in questo senso? Se no, perché non si agisce? E infine, quali potrebbero essere le strategie moderne per una protesta efficace nell’era dei social e di internet?
Vogliamo sperare che l'opera di sensibilizzazione sarà naturale e graduale. Quello che manca è fare capire quanto lavoro ci sia dietro, cosa serva per ottenere dei risultati. Probabilmente il modo migliore per farlo sarebbe avvicinare i ragazzi all'arte, alle loro passioni.
L'AI è uno strumento relativamente giovane, è normale che sia poco regolamentato e che ci sia così tanta curiosità nel suo utilizzo (sfociando quasi nell'abuso).
Forse un primo passo, per sottolineare il "problema", potrebbe essere cominciare a inserire autonomamente flag NO AI nelle produzioni, sperando che un giorno qualcuno prenda in mano la situazione.